Latouche in Campania: una video-testimonianza

Dal 16 al 21 gennaio 2012 Serge Latouche è stato in Campania ospite della FICS (Federazione Internazionale Città Sociale) tra Napoli, Avellino e Pollica. Il Gruppo M.A.I.O. ha seguito il teorico della decrescita nei diversi momenti, raccogliendo un generale pressappochismo sia nell’organizzazione degli incontri che nelle risposte del nostro “decolonizzatore”, più attento a godere dei piaceri della vita che nel capire cosa potessero pensare i contadini, i disoccupati o i giovani precari campani delle sue teorie sulll’acrescita e sul “ritorno alla terra”.

Qui in basso prima una doppia testimonianza video del seminario napoletano e poi una testuale del dialogo “irpino” tra Arminio e Latouche:

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Arminio chiede a Latouche:

Ti sei mai rimproverato di essere una ossessione positiva? Stai smontando pezzo per pezzo le certezze di 20 secoli. Credo che la tua idea di decrescita, ricca di sviluppi politici, nel senso di un possibile nuovo esperimento di vita basata non sulla logica capitalista del profitto e del feticcio “sviluppista”, ma sui sensi e su un nuovo rapporto corpo – paesaggio, qui in Irpinia terra dell’orlo, della modernita’ non arrivata, può avere un fertile terreno di coltura. Ma prima di parlare di questo (ne parleremo più avanti) vorrei chiederti: Qual e’ il rapporto con il tuo superlavoro?

Latouche:

ho lavorato solo 2 mesi nella mia vita, alle poste francesi. Dovevo catalogare vaglia e assegni. Era un inferno. Poi il lavoro di studio e di ricerca è stato un “piacere”, non l’ho mai considerato un lavoro. Il solo inconveniente è stato farlo in ore prefissate. Ora , pensionato, penso e leggo senza tempo, per il puro piacere. Travaille e’ sinonimo di tortura. L’ obiettivo dunque e’ duplice primo assicurare un lavoro per tutti al di fuori della logica produttivista, poi in una seconda fase abolire il lavoro come attivita’ di sofferenza. Siamo colonizzati dalla societa’ della scarsita’ e della frustrazione. Le societa’ felici non consumano. Dunque, per garantire sempre maggiore consumo, occorre una società di infelici. Occorre creare sempre nuove aspettative, nuovi bisogni da in/soddisfare per creare nuova tensione al bisogno insoddisfatto e nuova aspettativa, come insegna la tecnica pubblicitaria. Tutto ciò al solo fine di riprodurre ad libitum la logica alienata del profitto che alimenta altro profitto, staccata dall’essenza umana, una rapacità che produce scarsità Paradossalmente si può dire che l’ Eta’ della Pietra era un’ Eta’ dell’Abbondanza, fondata su pochi bisogni e su molto tempo “liberato”, per le attività dell’interrelazione umana Occorrevano un tre ore per la Caccia ai bisonti e il resto della giornata era devoluto alla festa, alla danza. Oggi un’ autentica Societa’ dell’ abbondanza può esistere solo con il Limite, ma bisogna uscire da questa logica sviluppista e rapace. Mettere freno alla avidita’ , una tragedia che distrugge il pianeta e la societa’.

Arminio:

Posso dire che ero per la decrescita già a 8 anni, quando andava via la luce e si poteva stare senza la Tv e si giocava intorno al fuoco, oppure quando nevicava e le macchine non potevano circolare. Per me l’adesione all’idea, al concetto di decrescita prima che astratta, intellettuale è una sorta di primaria adesione fisica, è un rapporto stretto tra il mio corpo e l’ambiente circostante; è un sentire il corpo del paesaggio con occhi nuovi, con gli occhi dell’adesione clemente ad esso, non invasiva. Qui, sull’orlo, ai margini delle grandi città ci sono grandi possibilità per una vita fondata sulla decrescita. Occorre mettersi in cammino nel proprio territorio ri/scoprirlo con cuore e sentire nuovi, in maniera quasi religiosa. Viaggio nei dintorni, non in Tailandia. Latouche e’ costretto a girare il mondo, Vancouver, Francoforte. Ma ci sono pezzi di mondo che hanno bisogno di sguardo. Hanno adiacenza tra loro: bisogna riscoprire la comunita’. Dove si puo’ ricostruire. L’Irpinia e’ a tal riguardo il luogo ideale di questa indagine. La decrescita e’ una necessita’. Gli uomini hanno capito che bisogna svoltare. Questi pezzi residuali dell’Occidente hanno bisogno di rivalutazione. Che ne pensi, Latouche?

Latouche:

Ad un convegno nei paesi baschi, abbiamo simpatizzato… In Francia abbiamo fatto per anni lotta su organismi geneticamente modificati, che amplificheranno anche i pesticidi. Crediamo con una piccola fattoria di aver vinto una battaglia, ma sappiamo che e’ difficile. La Resistenza e’ una necessita’ come in val di Susa. Abbiamo distrutto il socialismo utopico dell’800. Ma non abbiamo una nuova tensione utopica. Ad ogni modo devo dire che Franco è proprio un poeta e che sì, nel filone del pensiero della decrescita questa via poetica ha una sua dignità e coerenza al pari del filone politico e di ricerca teorica.

Arminio:
Latouche e’ un rivoluzionario, pur non incendiando il palazzo. Pure vorrei sottolineare un grave problema che affligge il mondo moderno, l’ autismo corale: tutto l’occidente e’ solo, ciascuno gira su se stesso, incapace di vero contatto, di una comunicazione autentica L’uomo ha nostalgia di quel momento in cui non e’ stato solo. Negli anni 60 eravamo felici per quella trama contadina ancora viva e per l’essenziale del benessere, l’acqua calda, e poche altre cose. Dopo il terremoto si e’ rotta questa condizione. La decrescita va messa nelle orecchie e nel cuore delle persone sul piano affettivo. La dimensione sentimentale, l’emozione, puo’ essere il punto di forza della decrescita. Costruire una nuova dimensione umana.

Latouche:

Dobbiamo ritrovare la poesia e nel contempo approfondire gli studi politici, teorici della decrescita. Siamo condannati alla barbarie. La gente ha bisogno di cose oltre i libri ed oltre il puro consumo. La Tatcher diceva che la societa’ non esiste, esiste solo l’individuo. Lei rifiutava la solidarieta’, quindi. Io dico invece che ci vuole nostalgia della comunita’. Occorre recuperare e rivivere la convivialita’. Per Aristotele alla base delle relazioni umane autentiche c’era la filia, il sentimento dell’amicizia, ma inteso in maniera più ampia rispetto alla pura relazione amicale a due; la filìa era la tensione al vivere comunitario, alla condivisione. Nella società dei sodali greci tutto veniva messo in comune. Ecco, bisogna recuperare e rivalutare la logica del dono, quella sorta di obbligo/necessità di dare e ricevere che ha a che fare col profondo del nostro essere e che forma la base della famiglia, della famiglia in senso lato e in senso umano esteso. Dopo l’individualismo si puo’ tornare alla filia aristotelica. Si, con la convivialita’. La reciprocita’ e’ la nostra sfida. Realizzare una societa’ conviviale e’ la nostra risposta.

Arminio:

Io credo sia più agevole realizzarlo nei piccoli paesi. Piccoli paesi Grande vita, per usare uno slogan. Anche solo 200 persone sono una risorsa, un tesoro inestimabile. Quando muore una persona in un piccolo paese il colore stesso di quel paese cambia. Quando abbracciamo, ammiriamo, siamo risorsa. La decrescita non e’ astio verso la modernita’ ma tributo al futuro. Quando visito Montaguto, Cairano, Andretta e vedo i vecchi, gli emarginati, le persone che vi vivono, mi sento parte di essi, sento che essi sono una vera risorsa. Ma non è nostalgia del paese chiuso, di un passato mitico inesistente, ché quel passato era fatto di durezze e fatica,ma è la necessità di vivere in una dimensione più ridotta, più concentrata, più a misura umana e più vicino alla naturalità, insomma vorrei che con questi paesi noi si entrasse assieme nel futuro, nella vera modernità civile, tutta da costruire.

Latouche:

Arminio e’ un poeta. Io sono attaccato alla vita cittadina, non contadina. Si, possiamo avere rapporto al massimo proprio con 200/300 persone , laddove possiamo esercitare più agevolmente la democrazia diretta…valorizzare e rivalutare la dimensione delle reti territoriali, ma vi sono alcuni grandi temi, come il regolamento climatico, ad esempio, che si risolve solo su scala mondiale e con una visione a trecentosessanta gradi. Fondamentale è una nuova idea di democrazia, diretta e partecipata, perché la democrazia e’ ancora il modo migliore di gestire i conflitti, in una visione urbana e rurale basata sulle mediecittà. Le megalopoli sono condannate. L’impero romano non e’ mai caduto, di fatto. La globalizzazione romana ad un certo punto semplicemente non ha piu’ funzionato, perché – fondate com’erano le città dell’Impero sulla rapacità e lo sfruttamento intensivo delle risorse allotrope – esauritesi queste, esse si sono svuotate. La Roma imperiale del Quarto secolo dopo Cristo, una volta esauritosi il grano egiziano e le grandi scorte di ricchezza provenienti dall’oriente e dai confini dell’Impero, dal milione e duecentomila abitanti che era, si è andata svuotando : i ricchi nella campagna circostante e le masse povere in emigrazione in senso inverso, fino a ridursi a circa trentamila abitanti. Parimenti, con questi ritmi di sfruttamento e di consumo delle risorse nel mondo globalizzato in cui viviamo Tokyo o Citta’ del Messico sono destinate a perire. La citta’ ideale e’ Siena. Dico infine che vi è un visione cittadina della decrescita e una visione contadina ed entrambe possono dare un contributo per indicare un via d’uscita dalla crisi irreversibile di un sistema.

Nessun dibattito… Eh sì, quando l’ambiente stava per riscaldarsi veramente, si è preferito chiudere per la stanchezza manifesta dell’ospite, toccato da una giornata intensissima, prima all’Università di Napoli e poi in Irpinia, dove ha incontrato gli operai dell’Irisbus presso il sindacato provinciale.

di Raffaele Cutillo & Salvatore DAngelo

http://comunitaprovvisorie.wordpress.com/2012/01/20/l-atouche-arminio-e-il-crocifisso/#more-2373

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